giovedì 24 novembre 2016

“Legge della conseguenza”



Se vuoi che ti ascolti, non gridarmi contro.
Se cerchi il mio rispetto, trattami con considerazione.
Perché se non ti piacciono gli effetti non devi creare le cause e, 
anche se non credi sia così, quel che semini, prima o poi, raccogli.
 
“Se vuoi conoscere il tuo presente,
guarda il tuo passato, perché ne è il risultato.
Se vuoi conoscere il tuo futuro,
prenditi cura del presente, perché il secondo è la causa del primo.”
Buddha
Forse queste idee vi fanno pensare a quella visione secondo cui ogni stimolo ha associata una conseguenza. Non è necessario essere dei deterministi, ma tutti abbiamo dentro di noi un sottile equilibrio in cui ogni variazione dà luogo ad una reazione.

C’è chi crede al caso e chi non ci crede. 
Lasciare spazio all’imprevisto, all’improbabile e a ciò che è magico conforta sempre il cuore. Tuttavia, bisogna accettare che le cosiddette “causalità” esistono e molte volte ci determinano.
La vita è un continuo insegnamento, per cui dobbiamo permetterci di essere umili alunni per capire che a un’azione è sempre associata una conseguenza, che le parole hanno il potere di ferire o di curare, che un pensiero genera un’emozione e che essa può a sua volta aiutarci a vedere il mondo in un modo oppure in un altro.

Vi invitiamo a riflettervi assieme a noi.

Il peso degli effetti, anche detto “Legge della conseguenza”
Le persone hanno una conoscenza molto basilare ed elementare riguardo la relazione tra le cause e gli effetti. Il mondo delle macchine e dell’ingegneria, ad esempio, ci offre senza dubbio degli insegnamenti molto chiari su questo tema, anche se in realtà non sono sufficientemente profondi: se premiamo un certo bottone, il computer si accenderà; se spingiamo il freno dell’automobile, ci salveremo da molti incidenti.

Il comportamento dell’essere umano è molto più complesso. Non siamo dotati di pulsanti e non abbiamo un manuale delle istruzioni. Tant’è che a volte, interagendo nello stesso modo con due persone diverse gli effetti sono molto distinti. Noi esseri umani siamo meravigliosi e complicati, disponiamo di una delicata mescolanza di emozioni, affetti e valori che creano diverse reazioni di fronte agli stessi stimoli.

La Legge della causa-effetto, o legge della conseguenza, ci dà informazioni fondamentali riguardo il mondo delle relazioni umane, che vale la pena tenere in considerazione:

  • Ogni azione, pensiero o intenzione è come un boomerang. Prima o poi, quel comportamento, quella parola lasciata scappare su qualcuno, torna verso di noi con un certo effetto. Questo va considerato.
  • Le cose che stiamo subendo, ciò che ci soggioga in questo complesso presente, sono legate ad una causa che dobbiamo ricercare nel nostro passato.
  • Non dobbiamo vedere tutto questo come una sorta di determinismo implicito, ma accettarlo per quello che è. Siamo creature libere e potenti, capaci di scegliere cosa fare, cosa decidere e cosa pensare in ogni istante.
È dunque responsabilità di ognuno di noi cercare di prevedere gli effetti di ognuna delle nostre azioni: dobbiamo essere più riflessivi ed intuitivi.

Curate le vostre azioni, le vostre parole e i vostri pensieri

Le persone non sono solo quello che dicono o che fanno: sono soprattutto quello che pensano. 
È così che delimitiamo la nostra realtà per darle forma, corpo ed essenza. 
Se i vostri pensieri sono infestati da paure, da voci che dicono “non posso” o “non me lo merito”, i sentieri che percorrerete saranno paludi rivestite di filo spinato in cui dovrete difendervi giorno per giorno.

Il tema delle cause e degli effetti non colpisce solo chi circonda: tocca in primis noi stessi, in quanto agenti creativi, in quanto esseri poderosi, capaci di modellare la realtà personale. A seguire vi spieghiamo come essere protagonisti della vostra realtà in modo sano ed arricchente.

Curare le cause per ottenere effetti più autentici
Tutti possiamo avere una vita più degna e felice se ci preoccupiamo di più delle nostre azioni e curiamo le parole in modo che non danneggino e non infastidiscano né noi né gli altri. La legge della causa-effetto ci ricorda che tutto ciò che facciamo, diciamo o pensiamo ha un impatto sia su di noi sia su chi ci circonda.

In fondo, si tratta della concretizzazione di quanto Galileo Galilei disse un giorno: “Le cose sono unite da legami invisibili: non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella”. Vediamo ora come creare effetti più sani, degni ed arricchenti per tutti.

  • Se compiete buone azioni, raccoglierete buoni risultati. Non ossessionatevi con la speranza che gli altri riconoscano sempre le vostre buone azioni: siete voi a dover fare più attenzione al vostro comportamento corretto, rispettoso e nobile.
  • I desideri creano intenzioni e le intenzioni danno forma a molte azioni. Fate dunque che i vostri desideri siano appaganti, positivi e costruttivi, per voi e per gli altri.
  • Un altro aspetto da considerare sono gli automatismi. Viviamo buona parte della giornata in modo automatico, ci lasciamo semplicemente portare. Questo ci porta a sconnetterci dal nostro mondo interiore e persino dalle nostre emozioni.

Rallentate, fermatevi. Analizzate i potenziali effetti prima di pronunciare ogni parola. Fermatevi e spegnete quel rumore mentale composto da atteggiamenti limitanti e insicurezze. Riformulate i vostri pensieri con nuove energie, forze e rinnovato affetto per riuscire a cambiare la vostra realtà.
(...)

lamenteemeravigliosa.it

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martedì 1 novembre 2016

Le vere origini di Halloween


Le vere origini di Halloween: 
dall’Irlanda celtica ai Feralia di Roma
 
Halloween è il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce
circondati dall’oscurità di ciò che non conosciamo.
Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso,
una piccola occhiata verso quell’oscurità.
(S. King )

Un altro Halloween è sopravvissuto all’ormai usuale derby tra i suoi detrattori e i suoi sostenitori, i primi che rivendicano Ognissanti e la ricorrenza dei morti come uniche feste tradizionali italiane per il periodo di passaggio da ottobre a novembre, rifiutando una festa che ritengono americana e commerciale, e i secondi che invece rivendicano le radici pagane della festività accusando proprio Ognissanti e il giorno dei morti di essere delle festività posticce create appositamente per soppiantare feste più antiche.

A ben vedere entrambi hanno una parte di ragione.
I primi perché effettivamente la festa di Halloween come la conosciamo nasce in Irlanda e poi, in seguito alla massiccia immigrazione irlandese negli Stati Uniti, arriva in Italia filtrata da circa un secolo e mezzo di americanizzazione. Ma sicuramente è anche vero che essa ha radici molto più antiche, che affondano nell’Europa celtica pre-cristiana e che pertanto fanno di Halloween una festa più “tradizionale” e originariamente europea di quella di Ognissanti.

Halloween deriva in effetti il suo nome proprio dalla festa cristiana del 1° novembre, essendo una contrazione del termine “All Hallows’ Eve” ovvero “la vigilia di Ognissanti”. Infatti il 31 ottobre, tanto in Irlanda quanto in Francia, paesi di radicata origine celtica, è sopravvissuta per secoli una festa dalle radici pagane che la Chiesa non è mai riuscita a spegnere. Ed è quasi sicuro che l’istituzione di Ognissanti il 1° novembre e della ricorrenza dei morti il 2, siano state proprio un tentativo di soppiantare questa misteriosa festa. Infatti Ognissanti, celebrata per la prima volta il 13 maggio del 609, per molti anni non ebbe un giorno canonico fissato dalla Chiesa. Solo in Francia veniva festeggiata in concomitanza con la festa pagana celtica, proprio il 1° novembre. Fu nel IX secolo poi che la data utilizzata in Francia divenne la data ufficiale per tutta la Chiesa, che vi aggiunse il giorno dei morti il 2 novembre.


Ovviamente la festa celtica a cui ci riferiamo è quella di Samhain, una delle quattro porte del calendario rituale dei Celti che, a differenza di altri popoli Indo-Arii che festeggiavano le porte equinoziali e solstiziali, onoravano le quattro porte intermedie. 

Samhain infatti si collocava esattamente a metà tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, ponendosi esattamente nel mezzo della stagione autunnale. Questa festa resistette a lungo ai tentativi cristiani di abbatterla proprio perché era il giorno più importante dell’anno celtico. Era infatti quello che volgarmente viene chiamato “capodanno celtico”: era insomma il giorno che vedeva finire l’anno precedente e iniziare quello successivo, un giorno che apparteneva ad entrambi gli anni e che veniva infatti definito “il giorno che non esiste”. In questa apertura cardine dell’anno cadevano le barriere tra i mondi, tra questo mondo – quello degli uomini – e il Sidh, chiamato anche Tir na Nog, ovvero l’altro mondo, quello al di là dell’orizzonte a Ovest, il mondo dei morti e degli spiriti. È un giorno molto pericoloso per chi non sia spiritualmente preparato: si può essere ammaliati da una Bansidh – conosciute oggi come Banshee – ovvero una messaggera del Sidh, ed essere intrappolati per sempre nell’Altro Mondo. Oppure essere posseduti dagli spiriti che per questo giorno sono liberi di camminare in questo mondo. Per questo si accendono fuochi e falò nei villaggi, per tenere lontani spiriti e per mantenere illuminata la notte che cela pericoli invisibili. E per questo sulle porte e sulle finestre, oltre a piccole lanterne che sono il corrispettivo domestico dei grandi falò comunitari, si trovano piccole offerte di cibo utili a sfamare gli spiriti e distoglierli dagli uomini.

La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.
(H.P. Lovecraft)

Riconosciamo in queste ritualità quel che ancora oggi vediamo in Halloween: le lanterne ricavate da zucche intagliate sono il ricordo delle lanterne e dei falò – ovviamente la zucca è una aggiunta americana, essendo originaria di quel continente – mentre i bimbi mascherati da morti, streghe e spiriti che vanno di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto” sono quel che resta del rito di lasciare cibo per i morti che vagano. Il costume di mascherarsi potrebbe derivare da una mascherata rituale utile a esorcizzare la possessione o l’arrivo degli spiriti ma potrebbe essere anche posteriore.


Ovviamente ci sono gli irriducibili che rifiutano a prescindere anche Samhain in quanto festa non italica – i Celti a dire il vero in Italia furono presenti, ma le ritualità di Samhain come le conosciamo sono per lo più attestate nelle isole britanniche e nel nord della Francia – ma a ben guardare a Roma in questo periodo c’era qualcosa di abbastanza simile. L’8 novembre era infatti uno dei tre giorni sacri – gli altri erano il 5 ottobre e il 24 agosto, in corrispondenza dei Volcanalia del 23 – in cui mundus patet, si apre la volta sotterranea. Il mundus era il collegamento con il mondo sotterraneo, il mondo dei Mani, spiriti dei defunti, ed aveva forma semisferica. Era appunto una volta, contraltare complementare della volta sferica del mondo celeste. Il mundus doveva rimanere sempre chiuso tranne per i tre giorni indicati. Questi giorni in cui “i segreti della religione degli dei Mani erano per così dire portati alla luce e rivelati” erano anch’essi giorni “pericolosi”. Non si andava in guerra e non si mobilitavano truppe proprio perché non era consigliabile iniziar battaglia quando le porte degli inferi erano aperte.
La discesa e il passaggio all’altro mondo erano molto rischiosi, proprio come ritenevano i Celti.

Tuttavia a Roma nei giorni in cui mundus patet non vi era un passaggio dei morti nel mondo dei vivi come in Samhain. Questo accadeva invece a febbraio, durante il giorno dei Feralia: le larvae e gli spiriti dei defunti vagavano sulla terra dei vivi, c’era il rischio di esserne posseduti e sugli uscii e sulle finestre, affinché sfamassero i morti, venivano lasciate delle fave, legumi dalle proprietà magiche e misteriose vietate al flamen dialis come anche ai seguaci di Pitagora ma strettamente collegate con “l’Altro Mondo” e con le potenze cosmiche, tanto che uno dei gruppi dei Luperci nella festa dei Lupercalia in cui le potenze primordiali e divine irrompono per fecondare questo mondo, era chiamato i Fabii proprio dal nome delle fave. Da questo rito sicuramente in Italia è stata ricavata la tradizione delle “fave dei morti”, i dolci tipici che differiscono leggermente di regione in regione e che vengono mangiati nel giorno dei morti che, insieme a Ognissanti, ha oramai sostituito tanto Samhain quanto il mundus patet di novembre quanto i Feralia di febbraio.


La polemica filo o anti Halloween risulta pertanto sterile se non si è consapevoli delle origini delle festività di questo periodo dell’anno. Una volta chiare allora non ci si potrà certo scandalizzare per dei bambini felicemente mascherati che chiedono “dolcetto o scherzetto”, bollando a priori quest’usanza come americanata consumista. Di certo il festeggiamento vuoto di feste di cui non si conosce il significato ci rende larvae, ma né più né meno dei bigotti che restano abbarbicati a forme esteriori di quelle che si ritengono erroneamente tradizioni più antiche (…) .


C. Adinolfi

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